Bollettino


24, 2013





Giovanna Alfonzetti, «Il polylanguaging: una modalità di sopravvivenza del dialetto nei giovani», pp. 214-251

Oggetto dell’articolo è il ruolo del dialetto nei giovani siciliani. Dopo una breve panoramica sulla situazione dei dialetti locali in alcuni paesi dell’Europa occidentale, si presentano i risultati di una ricerca condotta integrando diversi approcci metodologici: elicitazione di dati autovalutativi, registrazione di parlato spontaneo e raccolta di un corpus di ‘parlato grafico’. Dalla ricerca emerge una forte specializzazione funzionale del dialetto nel repertorio dei giovani, specialmente di quelli di città e con retroterra socioculturale medio-alto, che lo usano a scopo ludico o per rafforzare atti illocutori aggressivi. Nel corpus di parlato grafico si è riscontrato il fenomeno del polylanguaging: la mescolanza cioè del proprio dialetto e della propria lingua con altri dialetti e con altre lingue straniere, di cui si possiede spesso una conoscenza frammentaria. Questa pratica ha anche una funzione socio-identitaria, perché serve a esprimere una identità multipla, formata da componenti sia locali sia cosmopolite. Il dialetto acquisisce così importanti usi comunicativi nel repertorio di giovani la cui competenza dialettale è quella tipica dei semispeakers.

The paper deals with the role of dialect among young Sicilian speakers. After a short overview of the state of local dialects in some Western European countries, I shall discuss the main results of research carried out by means of different methodological approaches and types of data: self-evaluative data elicited through a questionnaire; a corpus of spontaneous spoken language and a written corpus of e-mails, text messages, posts in social networks, etc. The study reveals a marked functional specialization of the dialect in young speakers’ repertoire, above all of those living in towns and with a high sociocultural background, who use it almost only in joking or to strengthen aggressive speech acts. In electronic media young speakers use a lot of polylanguaging, i.e. they mix their own language and dialect with bits of foreign languages and other local dialects. This use aims at expressing a multiple identity, formed of both local and globalized components. The dialect thus acquires an important communicative function within the repertoire of young semi-speakers, whose competence of this code is extremely reduced.


Salvatore Arcidiacono, «Percorsi di lessicografia computazionale: per un Vocabolario del Siciliano Medievale (VSM)», pp. 87-108

I risultati conseguiti da Artesia (Archivio Testuale del Siciliano Antico), in particolare con le ultime versioni del Corpus, invitano ad intraprendere un nuovo progetto per un Vocabolario del Siciliano Medievale(VSM). In accordo con l’approccio tecnologico adottato per questa ricerca, il progetto del VSMdeve esaminare in dettaglio la natura dei dati trattati e gli strumenti per gestirli. In questo articolo la codifica XML/TEI è analizzata con lo scopo di costruire un modello di voce capace di guidare l’intero processo lessicografico.

The results achieved by Artesia (Archivio Testuale del Siciliano Antico), in particular in the latest versions of the Corpus, lead the way to a new project for a Vocabolario del Siciliano Medievale (VSM). Following the technological approach used in this research, the VSM project must examine the nature of the data involved and the instruments used to manage them.This article will explore the XML/TEI encoding in order to build an entry model which could then serve as a model for the entire lexicographic process.


Francesco Avolio, «Dialetti moderni e volgari antichi: appunti sulle dinamiche linguistiche dell’Italia centro-meridionale», pp. 109-130

L’autore discute tre questioni riguardanti il rapporto tra dialetti moderni e volgari antichi nel settore occidentale dell’Italia meridionale. Nella prima parte, studia due casi interpretati come ‘spostamenti di isoglosse’: nelle Cronichedi Gasparro Fuscolillo di Sessa Aurunca e nei frammenti di Agnello da Gaeta il volgare sembra molto simile a quello che ritroviamo nei testi dell’Italia mediana; e tuttavia le carte dell’ ALI mostrano che le stesse condizioni linguistiche sono presenti ancora oggi nei dialetti delle frazioni di Sessa Aurunca e in quello di Minturno, presso Gaeta. L’ipotesi di un cambio di lingua sembra perciò scarsamente fondata. Nella seconda parte si analizzano le tracce della centralizzazione vocalica in tre testi della costa campana (scritta di Amalfi, Epistola napoletanadel Boccaccio, Inventari di Fondi), in cui il fenomeno si mostra già in vari modi (- e non etimologica, metaplasmi ecc.). Il terzo problema infine è la posizione linguistica medievale di Montecassino, che se da un lato sembrerebbe una sorta di nuovo ‘caso Roma’, dall’altro rivela i segni della creazione di una scriptadi base mediana, che poteva non coincidere con il volgare locale e che è infatti avvenuta nel contesto plurilingue dell’abbazia e del suo scriptorium.

The author discusses three problems concerning the relationship between modern dialects and ancient volgariin the Western sector of Southern Italy. In the first part, he draws attention to two cases of ‘shifting isoglosses’: in the Croniche by Gasparro Fuscolillo from Sessa Aurunca and in the fragments of Agnello da Gaeta the language seems similar to the volgarefound in texts from ‘Middle Italy’, but the ALIlinguistic maps show that similar linguistic conditions are still to be foundtoday in the modern dialects of rural villages near Sessa Aurunca and at Minturno, near Gaeta; so, the hypothesis of a linguistic change (‘shifting isoglosses’) is probably unfounded. In the second part the author analyzes traces of vowel neutralization (the development of a schwa) in three texts from the Campanian coast (the Amalfi script, Boccaccio’s Neapolitan letter, Fondi Inventories), where the phenomenon is already recognizable in different ways. The third question to be discussed is the ancient linguistic position of Montecassino: the language of the Ritmo cassineseis in fact quite different from the modern dialect; nevertheless, this kind of language might not be not a faithful mirror of the oral varieties of the Middle Ages, but the product of a particular scripta, developed in the multilingual context of the Abbey.


Marcello Barbato, «Corrispondenze italo-iberiche nelle Cronichedel Vespro», pp. 17-29

La nota studia i rapporti tra la leggenda di Giovanni di Procida, tramandata da una serie di cronache italiane del Trecento, e la storiografia della corona d’Aragona, dalle cronache catalane di Desclot e Muntaner all’opera in castigliano di Zurita. Le due tradizioni intrattengono all’inizio dei rapporti vaghi, basati su voci e racconti orali. A partire dalla seconda metà del Trecento tuttavia, a questi rapporti che con Segre possiamo definire interdiscorsivi, sembrano sostituirsi sicuri rapporti intertestuali. L’idea che il Vespro siciliano sia opera di una congiura ordita da Giovanni di Procida fa breccia anche in Catalogna: la propensione narrativa può avere tanto più libero sfogo, quanto più ci si allontana dagli eventi e quanto meno si fa pressante l’urgenza propagandistica.

This note studies the relationship between the Legend of John of Procida, as told by a number of 14th-century Italian chronicles, and historiographical writing from the Kingdom of Aragon, from the Catalan chronicles by Desclot and Muntaner to the Castilian work by Zurita. At first these two traditions have vague relationships, founded on hearsay and oral tales. But from the second half of the Trecento, to use a distinction introduced by Cesare Segre, ‘interdiscoursive’ relationships seem to yield to intertextual ones. The view that the Sicilian Vespers were triggered by a plot by Procida finds its way into Catalonia as well: as the historical facts become more distant and the need for propaganda falls away, so the pleasure of narrating may bloom.


Michele Burgio, «Soprannomi etnici proverbiali e aneddotici in Sicilia. Qualche esempio dal corpus DASES», pp. 253-271

Il contributo si inserisce all’interno degli studi preparatori al Dizionario Atlante dei Soprannomi Etnici in Sicilia (DASES). A partire dai dati emersi durante la raccolta sul campo ma anche con il confronto sulle fonti bibliografiche, vi si analizzano alcune ricorrenze con varianti formali in diacronia e diatopia costruite su formule paremiologiche (es: Favarisi unu ogni paisi/ e si nun ci nn’è mègghiu è) o su aneddoti specifici (es.: Jàpicu?o Cià?, mùzzica a crapa) o, ancora, su entrambi (es.: Cu passa di l’Omumortu e unn-è arrubbatu/ Biancucci o è mortu o è carzaratu). La prospettiva del contributo, integrandosi con le altre sin qui affrontate in sede di analisi preliminare del DASES, ne conferma l’ampiezza del ventaglio disciplinare: pur trattandosi di formule ricorrenti, dunque poco utili per comprendere le singole dinamiche di contrapposizione tra centri, queste rappresentano un elemento linguistico con alto range di ricorrenze, collocandosi a pieno diritto in un contesto complessivo, quello
dell’identità culturale condivisa, di cui proverbi e racconti popolari sono fulgida espressione.

This paper continues a series of studies produced during the preparation of the Dizionario Atlante dei Soprannomi Etnici in Sicilia (DASES). Based on data obtained during fieldwork as well as through the comparison of bibliographic sources, some blasons populaires constructed on proverbs (e.g.: Favarisi unu ogni paisi/ e si nun ci nn’è mègghiu è), oral tales (e.g.: Jàpicu?o Cià?, mùzzica a crapa) or both (e.g.: Cu passa di l’Omumortu e unn-è arrubbatu/ Biancucci o è mortu o è carzaratu)will be analyzed. Our perspective confirms that the disciplinary range covered by DASES is very broad: indeed, blasons populaires, seemingly uninteresting due to their repetitive construction, are widespread and facilitate the detection of many important elements regarding shared cultural identity, of which proverbs and oral tales are brilliant expressions.


Costanzo Di Girolamo, «Gli endecasillabi dei Siciliani», pp. 289-312

L’endecasillabo dei Siciliani è ancora legato al suo modello galloromanzo o è un verso dotato fin dall’inizio di caratteri suoi propri, che sostanzialmente sono già quelli del verso principe della tradizione poetica italiana? Nei Siciliani esistono eccedenze sillabiche in sede di cesura (con o senza rima interna)? Esiste la cesura lirica, comunissima nell’antica versificazione occitana e francese? L’articolo cerca di rispondere a queste e ad altre domande dopo il dibattito sollevato da alcune scelte di tipo conservativo riguardanti questo verso operate dagli editori del secondo volume della nuova edizione critica della Scuola.

Do the hendecasyllables employed by the poets of the Sicilian School still follow closely their Gallo-Romance model or do they constitute a verse form with original features right from the start and which correspond to those of the major verse form of Italian poetry? Do the Sicilian poets have recourse to an extra syllable at the caesura (with or without internal rhyme)? Do they employ the lyric caesura, frequent in Old Occitan and Old French verse? This paper will attempt to answer these and other questions that have arisen as a result of some of the more conservative decisions taken by the editors of the second volume of the latest critical edition of the poetry of the Sicilian School.


Costanzo Di Girolamo, «…e una postilla su avantiparlieri», pp. 313-315

In una canzone anonima, unitestimoniata, della Scuola siciliana ( PSs 23.13, 27) compare l’hapax avantiparlieri («sia mio avantiparlieri»), corretto da Panvini in avamparlieri, forma che il TLIO usa come intestazione della voce e che Beltrami, in un recente articolo, difende come unica possibile, a meno di non ipotizzare una metrica irregolare. Nella postilla si sostiene che la lezione del manoscritto non presenta affatto un’ipermetria, perché la sinalefe in questo contesto fonetico è del tutto normale nel Duecento fino a diventare la norma in Petrarca.

An anonymous Sicilian poem, transmitted by a single manuscript ( PSs 23.13, 27), presents the hapax legomenon avantiparlieri («sia mio avantiparlieri»), corrected by Panvini in avamparlieri. The TLIO uses this as the headword for the term, while Beltrami, in a recent article, claims it is the only form possible, unless one were to postulate an irregularity in the versification. In this note I will argue that the form present in the manuscript is not at all hypermetric because synalepha in similar phonetic contexts is quite normal during the 13th century, becoming the norm in Petrarch’s poetry.


Aldo Fichera, «I due trattati di mascalcia in volgare siciliano del ms. 2934 della Biblioteca Riccardiana di Firenze: problematica delle fonti», pp. 55-85

Il ms. 2934 della Biblioteca Riccardiana è uno dei quattro mss. sinora noti che hanno conservato trattati di mascalcia in volgare siciliano. In mancanza di una sua trascrizione integrale, gli studiosi che sinora se ne sono occupati hanno formulato opinioni divergenti sul numero dei trattati, sulla datazione, sulle fonti. L’accesso al codice nella sua interezza permette di farlo risalire al XV secolo e di distinguere, senza ombra di dubbio, due trattati. Il primo è il risultato di una contaminatio tra il De medicina equorum di Giordano Ruffo (sezione iniziale e finale) e la traduzione latina di Bartolomeo da Messina del De curatione equorumad Bassum di Ierocle (sezione centrale, coincidente con il primo libro dell’opera dell’ippiatra bizantino); il secondo trattato è invece un volgarizzamento incompleto dell’opera di Ruffo, benché nell’ipertrofica rubrica figurino anche titoli di capitoli del Liber marescalciae equorum di Lorenzo Rusio.

Manuscript 2934 of the Riccardiana Library in Florence is one of the four manuscripts known so far that have preserved treatises on the care of horses in the Sicilian vernacular. Since it has not been transcribed completely scholars who up to now have been interested in it have expressed divergent opinions about the number of treatises it contains, their date and sources. An examination of the whole manuscript suggests dating it to the 15th century and distinguishes, without a doubt, two treatises. The first is the result of a contaminatio between De medicina equorum by Giordano Ruffo (initial and final section) and the Latin translation by Bartholomew of Messina of De curatione equorum ad Bassum by Hierocles (central section, coinciding with the first book of the Byzantine equine specialist’s work), on the contrary the second treatise is an incomplete vernacular translation of Ruffo’s text, although the very long rubric also includes titles of chapters from the Liber mascalciae equorum by Lorenzo Rusio.


Laura Ingallinella, «Indagini metriche sulla Quaedam Profetia», pp. 31-53

La Quaedam Profetia, componimento tràdito da un unico testimone (Napoli, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III, V. C. 22, cc. 167r-168v), è una delle rarissime testimonianze in versi in volgare siciliano databili al XIV secolo. Un acceso dibattito sul trattamento in sede editoriale delle numerose oscillazioni sillabiche e imperfezioni in rima, di cui si dà in questa sede un quadro nella prospettiva della storia della filologia siciliana, ha coinvolto nella prima metà del secolo scorso autorevoli studiosi. Nel presente contributo si vuole dimostrare, attraverso gli strumenti più aggiornati offerti dalla metricologia, che tali ‘imperfezioni’ sono sistematiche e sono da considerarsi con tutta probabilità originali. In ultimo, un’indagine sull’uso in area italo- e galloromanza della forma metrica della Profetia(quartina di alessandrini monorima con rimalmezzo) permette di evincerne insieme la peculiarità e la possibilità di includerla in una definita costellazione di testi.

The Quaedam Profetia, a poem transmitted by a single manuscript (Naples, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III, V. C. 22, cc. 167r-168v), is one of the few known documents in verse written in Sicilian and dating back to the 14th century. A passionate discussion on whether editors should preserve or amend the frequent errors in rhyme and the syllabic variations (hypermetric and hypometric hemistichs) has taken place among scholars, and will be described here with reference to the history of Sicilian philology. This contribution aims to demonstrate through updated metricological tools that such ‘imperfections’ are systematic and, most likely original. Finally, an analysis of the circulation of the Profetia’s verse form (quatrains of alexandrines with internal rhyme) is provided, thus confirming both the text’s originality as well as its belonging to a well-defined group of texts.


Vito Matranga, «Per una riconsiderazione del vocalismo tonico non dittongante della Sicilia occidentale. Primi appunti», pp. 273-287

È noto che nella Sicilia occidentale non vi è alcun dittongamento, né metafonetico né ‘incondizionato’, delle vocali toniche medie. Dal punto di vista fonetico, anche queste vocali sono solitamente segnalate come medio-basse. In questo saggio, si prova a mostrare, con i metodi e gli strumenti della fonetica acustica, come in realtà in diverse varietà siciliane occidentali i fonemi medi (/e/ e /o/) siano realizzati oggi con timbro medio-alto, tranne in alcuni contesti fonetici che provocano un più o meno forte abbassamento del grado di apertura, soprattutto di /e/. In particolare, si è preso in esame il comportamento delle varietà di Alcamo (a ridosso della costa nord occidentale) e di Raffadali (alle porte di Agrigento), attraverso la valutazione del rapporto F1-F2 delle vocali toniche prodotte da quattro locutori anziani.

It is well known that in Western Sicily there is no diphthongization of stressed mid-vowels, either ‘unconditioned’ or metaphonetic. From the phonetic point of view, these vowels are usually reported as open mid vowels. By using the methods and tools of acoustic phonetics, this paper aims to show how nowadays mid vowels (/e/ and /o/) are in fact pronounced, in several varieties of Western Sicilian, with the mid close timbre, except for some in phonetic contexts which cause a more or less marked lowering of the degree of opening, especially of /e/. In particular, we have examined the Sicilian varieties of Alcamo (near the North-West coast) and Raffadali (near Agrigento), through the evaluation of the F1-F2 relationship between tonic vowels produced by four elderly speakers.


Valentina Retaro, «La morfologia del plurale nelle varietà della Sicilia centrale», pp. 179-211

I dialetti siciliani sono caratterizzati da una complessa morfologia del plurale. I nomi maschili che al maschile terminano in - u possono mostrare fino a tre differenti morfemi plurali: - a, - i e diverse forme riconducibili al tipo - ora. Obiettivo di questo lavoro è l’analisi della variabilità morfologica del plurale nei dialetti della Sicilia centrale. In particolare, si è voluto verificare da un lato la diffusione nel lessico del morfo - a, dall’altro la persistenza dei morfi riconducibili al tipo - ora. I dati raccolti mostrano come in molti casi i tre morfi possano coesistere l’uno accanto all’altro anche all’interno di uno stesso parlante e per uno stesso lessema, dando vita ad un complesso polimorfismo, per spiegare il quale è necessario chiamare in causa una pluralità di fattori: da quelli propriamente strutturali, come nel caso delle opposizioni di tipo semantico, a quelli di natura sociolinguistica, come per le alternanze legate a differenti registri di parlato, o ancora a fattori di tipo diatopico. Lo studio si basa su una raccolta sistematica, mediante questionario, dei plurali di circa 130 les­se­mi dialettali in alcune località dell’area nisseno-ennese.

Sicilian dialects are characterized by a particularly complex plural morphology. Singular masculine nouns ending in -u show three different plural morphemes: -a, -i and several forms deriving from an -ora type. The aim of this paper is to analyze morphological variability of plurals in some dialects of central Sicily and to verify the presence of -a in inanimate nouns. Another aim of the paper is to present the distribution of the -ora type in the lexicon. Some of the most significant alternations between different plural morphemes are also described, such as those due to semantic differences or depending on different elicitation techniques. The analysis is based on data collected through a questionnaire containing 130 dialectal lexemes, which was administered to twenty-nine speakers coming from the provinces of Enna and Caltanissetta.


Francisco Rico, «Vislumbres de un poema autógrafo: de Miguel de Cervantes a Antonio Veneziano», pp. 7-15

L’autore studia un aspetto particolare dello scambio epistolare, durante la prigionia di Algeri, tra Antonio Veneziano e Cervantes, nuovamente pubblicato nell’edizione critica del poeta siciliano a cura di Gaetana Maria Rinaldi. L’impressione iniziale che le octavas reales e la dedicatoria in prosa nel ms. XI.B.6 della Biblioteca centrale della Regione siciliana siano di mano di Cervantes è infondata, ma si può essere certi, in base a precise affinità calligrafiche e di mise en pagecon autografi cervantini (tutti di carattere documentario), che chi le ha copiate aveva davanti un testo vergato dal futuro autore del Don Chisciotte. Le carte del manoscritto palermitano costituiscono dunque una preziosa, sebbene riflessa, testimonianza di una scrittura letteraria di Cervantes e ci informano della sua preferenza per la minuscola a inizio diverso, non casuale e certo non dovuta al copiante, in quanto nei testi di Veneziano è adottata sistematicamente la maiuscola.

The author examines a specific feature of the correspondence between Antonio Veneziano and Cervantes while they were prisoners in Algiers, which has recently been published in the critical edition of the Sicilian poet by Gaetana Maria Rinaldi. The first impression that the octavas reales and the prose dedication in ms. XI.B.6 of the Biblioteca centrale della Regione siciliana are in Cervantes’ hand is unfounded. However it is clear, on the basis of precise similarities of the hand and the mise en page with Cervantine autographs (all of a documentary nature), that whoever copied them was working from a text written by the future author of Don Quixote. The folios of the Palermo manuscript thus constitute a precious, though indirect, witness of literary writing by Cervantes and tell us that he preferred using lower case initials at the beginning of each verse, a feature that cannot be accidental or due to the scribe, since upper case initials are used systematically in Veneziano’s poems.


Roberto Sottile, «Il Siculo-Arabic e gli arabismi medievali e moderni di Sicilia», pp. 131-177

Nell’ambito degli studi sulla vicenda storico-linguistica del periodo arabo-normanno in Sicilia, si inserisce il saggio di Agius (1996), dal titolo Siculo Arabic, che richiama l’attenzione sul Trattato di Ibn Makkii detto ‘il Mazarese’. Il Trattato rientra tra quelle opere volte a segnalare e correggere gli errori ricorrenti tra gli utenti delle diverse varietà di arabo, intesi come devianze dal modello classico. La possibilità di disporre di una discreta quantità di dati presumibilmente ‘siciliani’ (dati ‘interferiti’ e ‘sgrammaticati’ possibilmente riconducibili a una varietà ponte tra l’arabo e gli arabismi dialettali correnti), come quelli traibili dal lavoro di Ibn Makkii e filtrati da Agius, permetterà da un lato una comparazione (per verificarne l’effettiva similarità) tra i mutamenti fonetici e morfologici ricavabili dal Trattato e quelli osservabili negli arabismi di Sicilia (medievali e moderni) e dall’altro di avviare una modesta e provvisoria rassegna su un ulteriore manipolo di possibili continuatori di voci arabe nei dialetti siciliani. Sarà inoltre possibile rintracciare qualche ulteriore elemento utile alla comprensione delle dinamiche di contatto all’interno del complesso quadro sociolinguistico medievale.

Among the many studies on the complex socio-linguistic situation of medieval Arabic-Norman Sicily, the work of Agius (1996) points to the Treatise by Ibn Makkii. The aim of the Treatise was to indicate and correct common linguistic mistakes in speakers of different Arabic dialects who were unable to use the correct classical model. Ibn Makkii’s work probably refers to the Arabic language spoken in Sicily during the 10th century. Thus, a comparison of its features with those of medieval and modern Arabic loan-words from Sicilian dialects will help to detect which phonetic and morphological changes can be observed in medieval and modern Sicilian words of Arabic origin and whether they had already taken place in the Arabic language spoken in medieval Sicily and described in the Treatise. On the other hand, the analysis of the data taken from Ibn Makkii’s work and filtered by Agius will also enable a discussion of the possible Arabic origin of a further small group of lexemes still recurring in Sicilian.

Centro di studi filologici e linguistici siciliani

Il Centro promuove gli studi sul siciliano antico e moderno, con una speciale attenzione rivolta al mondo della scuola, per un corretto approccio alla cultura dialettale e alla storia linguistica della Sicilia.