Bollettino


25, 2014





Rita Pina Abbamonte, «Fonologia e ortografia del dialetto galloitalico di Novara di Sicilia e Fondachelli-Fantina»

Novara di Sicilia col numeroso gruppo di villaggi che le ruota attorno è una colonia di origine settentrionale presente in Sicilia sin dall’epoca normanna (1091). La parlata di tali piccoli centri – sostanzialmente unitaria nonostante il complesso diasistema – è stata poco studiata dall’Ottocento a oggi, anche per l’estremo isolamento geografico che ancora oggi, in buona parte, le contraddistingue. Tuttavia, tale isolamento ha favorito l’eccezionale conservazione dei caratteri originali italiani settentrionali e, allo stesso tempo, ha ridotto le occasioni di contatto e scambio con il siciliano. Nella prospettiva della redazione del Dizionario delle parlate galloitaliche di Novara di Sicilia e Fondachelli-Fantina, cui l’autrice di questo studio sta lavorando, sulla base dell’analisi fonologica del diasistema di tali parlate, viene qui proposto il sistema ortografico che verrà usato per la redazione del detto Dizionario.

Novara di Sicilia, and the group of villages surrounding it is a colony of northern origin present in Sicily since norman times (1091). The local dialect of these villages – the same despite a complex diasystem – has been largely ignored since the 19th century, due to its extreme geographical and cultural isolation. This remoteness, however, has favored the exceptional preservation of the original character of the northern Italian dialect of Novara and, at the same time, it has reduced the opportunities of contact and influence with Sicilian and, therefore, interference between the two linguistic systems. Within the framework of the Dizionario delle parlate galloitaliche di Novara di Sicilia e Fondachelli-Fantina, on which the author of this study is working at the present time, the orthographic system of this Gallo-Italic dialect is presented here through a detailed analysis of its phonological system.

Marcello Barbato, «ancora su dialetti moderni e volgari antichi»

In risposta a un articolo di Francesco Avolio apparso nel numero precedente del Bollettino, si argomenta che 1) seppur con ritardo e attraverso il filtro della scrittura, i testi antichi riflettono la lingua parlata, 2) i confini linguistici possono aver subito dei cambiamenti significativi dal medioevo ad oggi.

In response to an article by Francesco Avolio in the previous issue of the BCSFLS, this paper argues that 1) ancient texts do reflect spoken language, even though with some delay and through the filter of writing, 2) linguistic boundaries may have changed dramatically from the middle ages to the present day.

Angela Basile, «Un esorcismo greco-romanzo in forma di filastrocca numerica di provenienza calabrese (ms. Vat. gr. 1538)»

I manoscritti italo-greci medievali di tipo liturgico-devozionale comprendono alcuni testi di breve estensione, quali scongiuri, esorcismi, formule magiche, definiti genericamente “incantesimi”. L’articolo propone una nuova edizione e una diversa esegesi di un testo, un esorcismo in forma di filastrocca numerica, già noto agli studiosi del settore grazie alle edizioni curate rispettivamente da Agostino Pertusi e da Paolo Martino. La formula, tramandata dal ms. Vat. gr. 1538 (XV secolo ex.), è in siciliano-calabrese e in caratteri greci. La sua analisi consente dunque di approfondire ulteriormente l’ambito della filologia “greco-romanza”, ovvero quella branca della filologia che si occupa di testi romanzi traslitterati in greco. L’esorcismo preso in esame rievoca il passo della Bibbia che parla dell’attraversamento del mar Rosso da parte degli ebrei, schiavi del faraone egizio (Ex. 13,17-14,29). Si conclude infatti con l’esclamazione apotropaica “schiatta farauni cu tutti soi cumpaniuni”. Lo stesso episodio viene ricordato nel salmo 135 (vv. 13-15), il cosiddetto Grande Hallel (Grande Alleluia), cantato alla fine della cena pasquale ebraica.

Medieval Greek-Italian manuscripts of a liturgical and devotional type include some short texts, such as exorcisms, incantations, generically defined as “spells”. This article provides a new edition and a different interpretation of a text, an exorcism in the form of a numerical nursery rhyme, already known to scholars in the field through the editions by Agostino Pertusi and Paolo Martino. The text is copied in ms. Vat. gr. 1538 (15th-century). It is in the Sicilian-Calabrian language and in Greek characters. Its analysis thus provides more detailed knowledge of the field of Graeco-Romance philology, that is the branch of philology that deals with Romance texts transliterated into Greek. The exorcism recalls the passage from the Bible concerning the crossing of the Red Sea by the Jews, slaves of the egyptian Pharaoh (Ex. 13,17-14,29). In fact, it ends up with the apotropaic exclamation “schiatta farauni cu tutti soi cumpaniuni”. The same episode is mentioned in Psalm 135 (vv. 13-15), the so-called Great Hallel, that is sung at the end of the Jewish Passover meal.

Angela Castiglione, «Per una nuova toponomastica siciliana»

A partire da una rassegna critica degli studi di toponomastica siciliana, che hanno avuto come massima espressione il Dizionario onomastico siciliano di Girolamo Caracausi, edito nel 1993, l’autrice conduce un’ampia riflessione su alcune possibilità di sviluppo – teorico, metodologico ed empirico – della ricerca toponomastica in Sicilia. In particolare, anche sulla scorta di una parte assai significativa della letteratura scientifica italiana e internazionale, l’articolo propone un ribaltamento delle prospettive, indicando nella toponimia “parlata” il quid e il primum essenziali della ricerca toponomastica, e mostra come l’attenzione rivolta ai sistemi (top)onimici popolari conduca a una più profonda comprensione non solo delle dinamiche storico-linguistiche di un’area, ma anche delle modalità di appropriazione e interpretazione dello spazio da parte di una determinata comunità umana. Ai fini di una metanoia delle prospettive, l’autrice suggerisce alcune ipotesi di lavoro sostanziate da una serie di riflessioni di carattere teorico-metodologico e associate alle rispettive implicazioni empiriche. E in particolare: 1) la toponimia popolare come sistema (i toponimi e la storia, i toponimi e il resto della lingua, i toponimi tra sintagma e paradigma, i toponimi e i livelli di cultura etc.); 2) toponimia e paesaggio; 3) il “testo” toponimico e il significare dei toponimi; 4) analisi del paesaggio storico, culturale e linguistico siciliano come presupposto fondamentale nello studio dei repertori toponimici. Il contributo si sofferma, infine, sulle tipologie di fonti scritte, sul loro utilizzo nella ricerca toponomastica e sui metodi di inchiesta con le fonti orali.

Starting from a critical overview of Sicilian toponomastic studies, whose main expression is the Dizionario onomastico siciliano by Girolamo Caracausi (published in 1993), this article suggests new possibilities of theoretical, methodological and empirical developments in toponomastic research in Sicily. In particular, on the basis of Italian and international studies, this research proposes a radical change of point of view, underlining the key role of “spoken” toponymy in toponomastic research. Furthermore, it shows how a focus on popular (top)onomastic systems could shed light both on the historical and linguistic events of an area and on the ways a human community interprets and takes possession of places. In order to achieve a metanoia of perspectives, the article suggests some hypotheses of research based on theoretical-methodological considerations. The latter are also associated with their own empirical implications, such as: 1) popular toponymy as a system (toponyms and history, toponyms and the rest of the language, toponyms between sintagma and paradigma, toponyms and the different layers of culture, etc...); 2) toponymy and place; 3) the toponymic “text” and the meaning of toponyms; 4) the analysis of the historical, cultural and linguistic environment as the basis for the study of toponymic repertoires. Finally, the article approaches the types of written sources together with their use in toponomastic research and the methods of fieldwork for oral sources.

Silvio Cruschina, «Sabbenedica e l’imperativo di cortesia»

La forza illocutiva della richiesta e del comando tipica del modo verbale dell’imperativo può essere attenuata utilizzando un imperativo di cortesia, cioè una forma imperativa diretta ad un soggetto semanticamente di seconda persona a cui però ci si rivolge con un pronome allocutivo di cortesia. In questo contributo mi propongo di esaminare le costruzioni disponibili in siciliano per l’espressione dell’imperativo di cortesia, soffermandomi in particolare su una struttura imperativa presente in alcuni dialetti della Sicilia centrale in cui l’imperativo di cortesia può essere espresso con il verbo alla terza persona del presente indicativo preceduto dall’elemento sa. Questo elemento ha indubbiamente origine dal pronome di cortesia vossia, ma un’attenta analisi del suo uso e delle sue proprietà mostra che, a seguito di un processo di grammaticalizzazione, sa non è più una semplice forma fonologicamente ridotta, bensì una particella modale imperativa specializzata nella segnalazione degli imperativi di cortesia. Questa analisi potrebbe essere in grado di spiegare più precisamente l’origine della forma di saluto sabbenedica che, con le sue varianti storicamente presenti in tutta la Sicilia, viene tradizionalmente analizzata come il risultato della contrazione del pronome di cortesia vossia con il verbo binidìciri o benedìciri.

The illocutionary force of requesting and ordering typical of the imperative mood can be attenuated by way of a formal or polite imperative, that is, an imperative form which is directed at a semantically second person subject addressed with a polite pronominal form. In this paper I intend to examine the different strategies available in Sicilian to mark polite imperatives, with special attention to an imperative structure found in central Sicilian dialects whereby a third person form of the present indicative is preceded by the element sa. This element undoubtedly stems from the polite pronoun vossia, but a careful analysis of its use and properties shows that, further to a process of grammaticalization, sa is no longer a mere phonologically reduced form, but rather a modal particle specialized in the marking of polite imperatives. This analysis could shed light on the precise origins of the formal greeting sabbenedica which, with its variants historically present in the whole of Sicily, is traditionally analysed as the result of the contraction between the polite pronoun vossia and the verb binidìciri or benedìciri.

Mari D’Agostino, «L’immagine linguistica della Palermo post-unitaria»

Il lavoro analizza alcuni elementi della storia linguistica di Palermo nei decenni a cavallo dell’unificazione. In primo piano vi è il legame tra pratiche e immagini, entrambi legati sia alla dimensione linguistica che spaziale. attraverso testi religiosi e scolastici, guide della città, cambiamenti nella toponomastica e nel paesaggio linguistico urbano, descrizioni di antropologi e linguisti e loro scelte trascrizionali, viene alla ribalta un momento dell’immaginario urbano di Palermo, cioè dell’insieme di rappresentazioni e idee attraverso le quali quella società urbana ha costruito il suo autoritratto.

The paper examines some elements of the linguistic history of Palermo in the decades of straddling unification. In the foreground there is the link between practices and images, both linked to either linguistic or spatial dimension. Through religious and scholastic texts, city guides, changes in place names and in linguistic urban landscape, descriptions of anthropologists and linguists and their transcriptional choices, comes to the fore the moment of the imaginary city of Palermo, in the set of representations and ideas through which the urban society has built it’s self-portrait.

Concetto Del Popolo, «Due laude di Iacopone in volgare siciliano»

Sono pubblicate due laude iacoponiche, in siciliano, O Signuri, per cortisia e Qui fay anima predata?, conservate in un codice miscellaneo di fine Quattrocento, scritto forse per religiose. Le rubriche dei due testi non assomigliano a nessuna di quelle note; sembra corretto pensare che il codice di cui si è servito l’anonimo traduttore possa essere perduto. Per la lingua, il testo offre qualche recupero lessicale; le lezioni talora sono fraintese (ma sembra ad opera del copista), ma al v. 44 della lauda Qui fay... sorge il sospetto che il sintagma «cordiali oracioni» sia migliore di «mentale orazione»: la preghiera della mente può essere vagante, quella che proviene dal cuore sorge dall’intimità della persona.

Publication of two laude by Jacopone, in Sicilian, O Signuri, per cortisia and Qui fay anima predata?, copied in a miscellaneous codex of the end of the 15th century, probably written for nuns. The rubrics of the two texts are different from those present in other manuscripts; it would seem correct to postulate the loss of the manuscript used by the anonymous translator. as far as the language is concerned, the text allows some lexical items to be recovered; some readings are misunderstood (by the scribe probably), but at l. 44 of the lauda Qui fay... we may well suspect that the syntagma «cordiali oracioni» is better than «mentale orazione»: a prayer of the mind could be casual, a prayer of the heart arises from one’s innermost being.

Tiziana Emmi, «Antroponimi e toponimi ne La Mennulara di Simonetta Agnello Hornby»

Questo contributo si inserisce all’interno del campo d’indagine dell’onomastica letteraria. Viene preso in analisi il corpus onomastico del romanzo di Simonetta Agnello Hornby, La Mennulara (2002): in particolare si esaminano gli antroponimi – nomi personali, cognomi e soprannomi – e i toponimi. Di ognuno di questi si propone una classificazione etimologica, che tiene conto della loro origine e motivazione; una classificazione morfologica, attraverso la quale se ne esamina la loro struttura interna; una classificazione diatopica, in base alla quale se ne osserva l’effettiva distribuzione nel territorio italiano (essendo i nomi propri attestati quasi tutti reali). Lo scopo di tale analisi è mettere in evidenza la funzione che assumono i nomi propri all’interno del romanzo, rilevando che quella maggiormente evidente sembra essere la funzione di connotare il romanzo, diatopicamente, verso una regionalità siciliana.

This paper belongs to the field of literary onomastics. I will examine the onomastic corpus of the novel La Mennulara by Simonetta Agnello Hornby (2002): in particular I will investigate anthroponyms – first names, surnames and nicknames – and toponyms. I propose an etymological classification of each of these, which considers their origin and their motivation; a morphological classification, through which I examine the internal structure of anthroponyms and toponyms; a diatopic classification, in order to observe the actual distribution over the Italian territory (almost all the names in the novel are real). The purpose of this analysis is to highlight the function of the names in the novel: it is possible to confirm that their principal function is to characterize the novel, in a diatopic perspective, marking it regionally as Sicilian.

Yorick Gomez Gane, «Il cirneco tra Sicilia e mediterraneo: saggio storico-linguistico»

Il cirneco è un cane tipico della Sicilia. Il termine, attualmente datato 1553 in italiano e 1519 in siciliano, viene ricondotto dagli studiosi, in maniera sostanzialmente concorde, al latino Cyrena ̆ıcu(m) ‘(cane) cirenaico’ (i greci di Sicilia lo avrebbero importato da Cirene, colonia greca sulle coste africane). nel saggio ci si interroga, innanzitutto, se cirneco non possa essere invece un prestito interlinguistico, dato che in ambito romanzo si rinvengono termini ad esso accostabili, più antichi e con ipotesi etimologiche differenti: il catalano xarnego (1383, nella forma valenziana xernego), il francese charnègue (qui retrodatato al 1551, nella forma latina ispaneggiante charneguos) e il castigliano lucharniego (1330-1343, ricondotto dalla lessicografia spagnola a (perro) nocharniego ‘(cane) notturno’). Dopo un accurato esame di storia ed etimologia delle forme romanze e dei loro rapporti interlinguistici, si giunge alla conclusione che la fonte di irradiamento nel bacino mediterraneo è il siciliano cirneco, e non una delle altre forme romanze. Si apportano, inoltre, ulteriori argomentazioni a favore dell’etimologia Cyrena ̆ıcu(m), e si dà conto delle implicazioni socio-politiche che la parola ha sviluppato nel catalano xarnego (come insulto razzistico). Si rilevano, infine, le ricadute extralinguistiche (in ambito cinologico) della sicilianità dell’animale.

The cirneco is a typical Sicilian dog. Scholars basically agree in deriving the word, which is currently dated 1553 in Italian and 1519 in Sicilian, from the Latin Cyrena ̆ıcu(m) ‘Cyrenaic (dog)’ (the Greeks of Sicily would have imported it from Cyrene, a Greek colony on the african coast). The article first raises the question as to whether cirneco may be, instead, a linguistic loan, given that within the Romance languages there are several, more ancient, words for which different etymologies have been proposed that are comparable to it: the Catalan xarnego (1383, in the Valencian form xernego), French charnègue (here backdated to 1551 in the Spanish-like Latin form charneguos), Castilian lucharniego (1330-1343, from (perro) nocharniego ‘nocturnal (dog)’ according to Spanish lexicography). after carefully considering the history and etymology of the Romance forms and their linguistic relationships, the conclusion is that the source of radiation of the term in the mediterranean area is the Sicilian cirneco and not one of the other Romance forms. Further considerations are added in favour of the etymology Cyrena ̆ıcu(m), and an account of the social and political implications developed by the Catalan xarnego (as a racist insult) is given. In conclusion, the article shows the non-linguistic fallout (in cynology) of the animal’s Sicilian origins.

Laura Ingallinella, «Un frammento di un volgarizzamento siciliano trecentesco delle Vite dei Santi Padri»

Il presente contributo offre l’edizione critica, corredata da un commento linguistico e da un’analisi delle tecniche traduttorie, dell’attestazione frammentaria di un volgarizzamento siciliano delle Vitae Patrum tràdita da un bifolio membranaceo databile alla seconda metà del sec. XIV. Tale frammento, riutilizzato come coperta di un volume di atti notarili di un notaio della metà del sec. XVI, è attualmente conservato nel fondo «ex copertine di volumi di atti notarili» presso l’archivio di Stato di Catania (aSCt): una preliminare analisi a campione di tale fondo (e delle rare ma interessanti attestazioni di testi volgari finora rintracciate) conferma i dati raccolti da Henri Bresc sulle biblioteche siciliane del tardo medioevo per un’area, la Sicilia orientale, in cui si lamenta la scarsità di documenti e l’assenza di inventari. Il rinvenimento del frammento delle Vite dei Santi Padri, in particolare, permette di saggiare, seppur per un esiguo lacerto, la qualità di un volgarizzamento che aveva, con tutta probabilità, un’estensione pari a quello toscano del Cavalca, nonché un’analoga struttura. Una testimonianza d’inventario dal monastero di San martino delle Scale indurrebbe inoltre a ipotizzare la circolazione di questo volgarizzamento o di un suo gemello nelle biblioteche benedettine siciliane nella seconda metà del Trecento.

As a really popular section of the corpus known as Vitae Patrum or Vitaspatrum, the collections of sayings of the Desert Fathers were widely read and translated throughout the middle ages. This paper presents the critical edition (accompanied by a linguistic commentary and an analysis of translation techniques) of a fragment of a 14th-century Sicilian collection of sayings, discovered in a parchment bifolio reused as the cover of a 16th-century volume of notarial minutes. The fragment is now kept at the archivio di Stato in Catania (aSCt), whose collection of «ex copertine di volume di atti notarili» is examined as an interesting example of how fragments of dismembered manuscripts are vital to reconstructing the libraries of a given environment, given the lack (as is the case of eastern Sicily) of manuscript collections or inventories. as demonstrated by a structural comparison with other medieval vernacular translations of the Vitae Patrum, this fragment represents a very small part of a seemingly much longer text, which could be paralleled to the well-known Tuscan volgarizzamento by Domenico Cavalca, the Vite dei Santi Padri. a piece of evidence from an inventory of the monastery of San martino delle Scale seems to confirm that this translation circulated in Benedictine monasteries in late 14th century.

Lucio Melazzo, «Una nuova spia della composita facies culturale e linguistica della Palermo normanna»

L’interpretazione del nome di una strada della Palermo normanna conferma uno scenario, già noto e di grande interesse, in cui musulmani, ebrei e cristiani vivevano insieme a dispetto delle loro diverse culture e religioni. In quel periodo irripetibile della storia siciliana la comunità cristiana praticava peraltro la propria religione adottando vari riti. La presenza dei riti bizantino e gallicano nella Sicilia normanna era già nota. L’articolo mostra che ne va aggiunto un terzo, l’ispanico. Quest’ultimo era adottato dal gruppo di mozarabi arrivati dalla penisola iberica già durante la dominazione araba.

The interpretation of the name of a street in Palermo during the norman period confirms a well-known and very interesting picture in which muslims, Jews, and Christians lived side by side despite their different cultures and religions. at that unrepeatable time in Sicilian history, moreover, the Christian community practiced religion by adopting different rites. The presence of the Byzantine and Gallican rites in norman Sicily was already known. This paper shows that a third, Spanish, rite has to be added to these. This was performed by that particular group of mozarabs who had arrived from the Iberian Peninsula during the arabic domination.

Salvatore menza, «Preposizioni e complementatori non finiti nel dialetto galloitalico di Nicosia (En) (a, da/na, cö, de, pe, ta)»

Oggetto dell’articolo è una descrizione della sintassi e della semantica delle principali preposizioni e dei principali complementatori del nicosiano e dello sperlinghese, basata sullo studio del corpus di testi ed etnotesti utilizzati per la redazione del Vocabolario dei dialetti galloitalici di Nicosia e Sperlinga (S. Trovato e S. Menza, in preparazione). Lo studio, pur partendo dall’osservazione di dialetti locali, intende contribuire alla conoscenza generale della categoria preposizione/complementatore non finito. Per ciascuna preposizione, si distingue in modo netto tra le occorrenze come testa di sintagma preposizionale (SP) aggiunto e come testa, invece, di SP argomento. nel primo caso, infatti, la preposizione contribuisce con un proprio significato alla semantica complessiva della frase, mentre nel secondo tutti i significati sono assegnati dalla testa reggente che seleziona il SP come proprio argomento. Quanto alla sintassi interna, viene evidenziato come preposizioni diverse esibiscano regole di selezione diverse per il proprio complemento nominale. alcune, infatti, selezionano solo sintagmi nominali nudi (senza articolo o altro determinante), mentre altre selezionano sintagmi del determinante e altre ancora richiedono combinazioni complesse di tratti, con differenze tra la sintassi delle preposizioni dialettali e quella delle corrispondenti preposizioni italiane. Infine, alcune idiosincrasie tipiche delle espressioni locative sono spiegate postulando l’esistenza di uno o più tratti di compatibilità presenti nei corredi sintattici di tutti i nomi che possono avere un’interpretazione locativa: la combinazione con una specifica preposizione locativa è possibile solo se il nome è compatibile con quest’ultima.

This paper provides a corpus-based analysis of the syntax and semantics of the main prepositions and complementizers of the Gallo-Italic dialect spoken in nicosia and Sperlinga (en), and aims to shed new light on preposition/non finite complementizer syntactic properties in general. For each preposition, a clear distinction is made between its occurrences as an adjunct prepositional phrase (PP) head and as an argument PP head. In the former case, the head delivers its own lexical contribution to the semantics of the sentence, whereas in the latter all meanings depend on the head selecting the PP as its own argument. Internal syntax is also investigated in detail: different prepositions display different selection rules for their nominal complements. Some select only bare noun phrases, others select full determiner phrases and others still require more complex combinations of features. Some inconsistencies between dialect and Italian are found with regard to this. Finally, some frequent idiosincracies in locative PPs are addressed by proposing that locative prepositions and their complements merge according to a special “compatibility” feature of the noun projecting the complement phrase: merging is possible only if the noun is compatible with the preposition head.

Ferdinando Raffaele, «Scritture esposte in volgare siciliano. I. Le didascalie del San Benedetto e storie della sua vita della Galleria regionale di palazzo Bellomo di Siracusa»

L’articolo esamina, secondo una prospettiva linguistica e storico-culturale, le didascalie in volgare siciliano poste a corredo delle “storiette” laterali di un dipinto su tavola dedicato a San Benedetto da Norcia, oggi conservato presso il museo regionale di Palazzo Bellomo di Siracusa. Tale testimonianza è meritevole d’attenzione perché attesta l’uso scritto del siciliano con tratti fono-morfologici ben conservati nella fase storica – la prima metà del secolo XVI – che vede il passaggio all’uso del toscano. nell’articolo, inoltre, si rileva come l’ideatore del dipinto abbia operato una contaminazione di modelli. nella combinazione fra il “testo iconico”, che rappresenta in immagini alcuni momenti topici della vita del santo, e il testo delle didascalie, che supporta quelle immagini, si individuano infatti due diverse fonti: il secondo libro dei Dialogi di San Gregorio Magno, testo canonico della legenda benedettina, e il suo compendio contenuto nella Legenda aurea di Jacopo da Varazze.

This article examines, from the perspective of linguistics and cultural history, the captions in the Sicilian vernacular that explain the “little tales” along the sides of a painting dedicated to Saint Benedict of Nursia, now in the Regional museum of Palazzo Bellomo in Syracuse. This testimony is important because it confirms the use of written Sicilian (with well-preserved phono-morphological features) at a time (the first half of the sixteenth century) of transition to the use of Tuscan. moreover, the creator of the painting has contaminated his models. In the combination of the “iconic text”, that describes in images some moments of the life of the saint, and the text captions, which support the images, two different sources may be identified: the second book of the Dialogi of St. Gregory the Great, a canonical text of the Benedictine legenda, and its compendium contained in the Legenda aurea of Jacopo da Varazze.

Gaetana Maria Rinaldi, «Tradizioni culturali e produzione in volgare nell’età di Federico III d’Aragona»

Presentato originariamente come relazione ad un convegno, questo contributo inedito e postumo di Gaetana Maria Rinaldi (1941-2011) ha assunto nella forma scritta le dimensioni di un saggio che traccia un panorama articolato e dettagliato della produzione letteraria in Sicilia durante la dominazione aragonese, e in particolare durante il regno di Federico III (1291-1337). muovendo dai precedenti capitoli di sintesi di F. Bruni e di A. Varvaro, l’autrice discute e valuta i singoli testi e le testimonianze manoscritte inquadrandoli di volta in volta nella loro tradizione linguistica (occitanocatalana, latina, siciliana) senza perdere di vista il contesto storico e le specificità culturali dell’isola. L’excursus fornisce nuovi spunti di riflessione e indica linee di ricerca in un campo che l’autrice aveva per decenni sapientemente indagato.

Originally presented as a paper at a conference, this unpublished and posthumous contribution by Gaetana Maria Rinaldi (1941-2011) in its written form turned into an article constituting a complex and detailed overview of literary production in Sicily under the aragonese, in particular during the reign of Frederick III (1291-1337). Building on earlier summaries by F. Bruni and A. Varvaro, the author discusses and evaluates individual texts and manuscripts, placing them within the framework of their different linguistic traditions (Occitan-Catalan, Latin, Sicilian) without losing sight of the historical context and cultural specificities of the island. This overview provides new insights and points to new directions for research in a field that the author had closely investigated for some decades.

Salvatore Claudio Sgroi, «Giorgio Piccitto dialettologo “misconosciuto” tra educazione linguistica e italiano popolare, tra Manzoni e Ascoli»

Si ripropone un ignorato articolo programmatico di Giorgio Piccitto sull’insegnamento dell’italiano in Sicilia del 1951 («La simbiosi linguistica e l’insegnamento della lingua in Sicilia»), analizzato alla luce delle teorie manzoniane e ascoliane, per l’occasione ora oggetto di una nuova analisi. Si propone nel contempo una lettura di un saggio del 1968 dello stesso autore («Problemi di restauro linguistico a proposito di una leggenda popolare siciliana su S. Cristoforo») come testo tipicamente in italiano (regional)popolare (del 1890 circa), anziché come anacronistico restauro in siciliano letterario. Il filo rosso che collega i due testi è costituito dall’analogo processo di traduzione dal dialetto alla lingua nel caso dell’apprendimento spontaneo della lingua nazionale e nel caso del passaggio dal testo orale dialettale in testo scritto in italiano popolare.

The author revisits a little-known article by Giorgio Piccitto about the teaching of Italian in Sicily («La simbiosi linguistica e l’insegnamento della lingua in Sicilia» 1951). For the occasion the subject is analysed in the light of manzoni’s and ascoli’s theories. at the same time he proposes a reading of an article also by Piccitto dated 1968 («Problemi di restauro linguistico a proposito di una leggenda popolare siciliana su S. Cristoforo») in which the 1890 publication of the legend is shown to be a typical text in popular (regional) Italian, rather than an anachronistic “restoration” in the Sicilian literary dialect. The thread that links the two articles is their focus on the process of translation from the regional dialect to the national language involved in both the spontaneous learning of standard Italian and the transfer from an oral text in dialect to written popular Italian.

Salvatore C. Trovato, «Note di lettura in margine al VSES di Alberto Varvaro»

Muovendo dal recente VSES di Alberto Varvaro, l’autore studia undici parole siciliane (accutufari ‘percuotere ecc.’, ardìcula ‘ortica’, cannolu ‘cannolo’, cassata ‘id.’, ggerbu ‘incolto’ e ggerbu ‘acerbo’, nicu ‘piccolo’, sbèrgia ‘pesca nettarina’, sgrid. d. ari ‘scappar via; sgusciare’, tintu ‘cattivo ecc.’ e urvicari ‘seppellire’) per le quali propone basi etimologiche nuove (accutufatu, cannolu, cassata, nicu, sbèrgia, sgrid. d. ari) e trafile di trasmissione diverse da quelle proposte dal VSES (come è di ggerbu1 e ggerbu2). aggiunge ancora elementi nuovi atti a rafforzare ipotesi sostenute nel VSES (ardìcula e tintu) o precisa sviluppi fonetici utili alla ricostruzione di basi etimologiche controverse, come è il caso di urvicari.

With reference to the recent VSES by Alberto Varvaro, the author of this study examines eleven Sicilian words (accutufari ‘to beat etc.’, ardìcula ‘nettle’, cannolu ‘pastry roll with sweet filling’, cassata ‘cake containing cottage cheese, chocolate chips and candied fruit’, ggerbu ‘uncultivated’ and ggerbu ‘unripe’, nicu ‘little’, ‘young’, ‘small’, sbèrgia ‘nectarine’, sgrid. d. ari ‘to escape’, ‘to slip’, tintu ‘evil etc.’ and urvicari ‘to bury’) for which he proposes new etymological bases (for accutufatu, cannolu, cassata, nicu, sbèrgia, sgrid. d. ari) and different transmissions from those advanced by VSES (as for ggerbu1 and ggerbu2). moreover, he adds new elements which support the theses sustained by VSES (like ardìcula and tintu), as well as specifying phonetic developments useful for the reconstruction of controversial etymological bases, such as for the word urvicari.

Centro di studi filologici e linguistici siciliani

Il Centro promuove gli studi sul siciliano antico e moderno, con una speciale attenzione rivolta al mondo della scuola, per un corretto approccio alla cultura dialettale e alla storia linguistica della Sicilia.