Bollettino n. 27 / 2016

 
 
 
AUTORE |  
TITOLO |   Bollettino n. 27
Curatore |  
collana |   Bollettino CSFLS
anno |
pagine |
ISSN |
2016
290
0577-277X
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SOMMARIO

Alberto Varvaro, I miei anni giovanili nel Centro di studi filologici e linguistici siciliani – Ferdinando Raffaele, Scritture esposte in volgare siciliano. II. Le didascalie del San Silvestro Papa e storie della sua vita nella chiesa di San Silvestro a Troina – Marco Maggiore, Un inedito zodiaco in volgare siciliano: ms. Londra, British Library Harley 3535 – Tobias Leuker, Una redazione sconosciuta delle canzuni di Antonio Veneziano: Firenze, BNCF, ms. Magl. 1379 – Francesco Carapezza, Canzuni su una Lanza nel ‘libro’ di Antonio Veneziano – Mario Cassar, Maltese surnames: a historical perspective – Arnold Cassola, Alcuni toponimi maltesi del ’300 nel fondo dei Benedettini di Catania – Alessandro De Angelis, La trascritturazione del romanzo in caratteri greci – Leonardo M. Savoia – Benedetta Baldi, Armonie vocaliche e metafonia nelle varietà siciliane – Manuela Soro, Caratteri acustici di [ɖɖ ] < -LL- nel dialetto di Catania – Mariella Giuliano, Il siciliano nei romanzi ‘popolari’ di Luigi Natoli: sondaggi su I Beati Paoli e Coriolano della Floresta.
Riassunti / abstracts
 

approfondimenti

RIASSUNTI / ABSTRACTS

Francesco Carapezza, «Canzuni su una Lanza nel ‘libro’ di antonio Veneziano», pp. 123-147

Sulla base dell’edizione critica del Libro delle rime siciliane di antonio Veneziano curata da Gaetana m. Rinaldi (2012), che conteneva uno studio dettagliato del ms. PR10, si propongono alcune riflessioni circa la struttura generale della raccolta canonica e si mettono in luce per  la prima volta le strategie retoriche di nominatio criptata di una donna amata, contraltare lirico della più famosa Celia cantata nel «Libru  primu », che fa la sua apparizione in un ciclo di quattordici canzuni all’interno del «Libru secundu» e quindi nella correlata sezione delle  poesie di «Sdegnu».

Starting from the critical edition by G.m. Rinaldi (2012) of antonio Veneziano’s Libro delle rime siciliane, which contained a thorough  analysis of ms. PR10, this article offers some new insights into the overall structure of the canonical collection, and highlights for the first time the rhetorical strategies of an encrypted nominatio of a beloved woman, a lyrical counterpoint to the more famous Celia sung in «Libru primu». This makes its appearance in a cycle of fourteen canzuni within the «Libru secundu» and then in the related section of the poems of «Sdegnu».

Mario Cassar, «Maltese surnames: a historical perspective», pp. 149-166

L’onomastica di malta è multistrato e multilingue. In modo particolare i cognomi sono penetrati nell’isola lungo alcuni secoli, conformemente alla complessità delle vicende storiche e linguistiche. alcuni dei cognomi più antichi sono di origine etimologica araba ma la deportazione dei musulmani nel Duecento ruppe i legami dell’isola con il mondo arabo-berbero. Da quei tempi, a parte il recente influsso inglese, le maggiori fonti culturali sono state la Sicilia, l’Italia e altre nazioni europee, in ispecie del mediterraneo. La lunga presenza dei Cavalieri di San Giovanni (1530-1798) moltiplicò la popolazione e il conseguente influsso di cognomi neolatini e continentali. Il presente studio esamina tre documenti rappresentativi che forniscono un quadro affidabile dei loro tempi: (a) l’elenco della Militia del 1419-20, che è il vero punto di partenza per lo studio demografico dell’isola nel periodo tardo-medievale; (b) lo Status Animarum, cioè il censimento diocesano del 1687, che illustra i cognomi del periodo dei Cavalieri; e (c) il censimento nazionale del 2005, che ritrae il profilo sociodemografico della popolazione isolana nel primo decennio del secolo XXI.

Maltese onomastics is polystratal and polyglot. Family names, in particular, have reached the island over many centuries in complicated historical and linguistic conditions. Some of the oldest maltese surnames are of arabic origin; however, the expulsion of the muslims in the thirteenth century brought about the final rupture of the powerful cultural ties which had bound malta to the arabo-Berber world. Since then, barring latter-day english influence, the dominant cultural driving force in malta has come from Sicily, Italy and other european, mainly mediterranean, countries. The prolonged presence of the Knights of St John (1530-1798) produced, in a more pronounced manner, an influx of neo-Latin and continental surnames. The present paper discusses three representative documents which serve as reliable snapshots of their times: (a) the militia List of c. 1419/20, which is truly a starting point for the study of Malta’s demographic make-up in the Late middle ages; (b) the Status Animarum or diocesan census of 1687, which throws significant light on malta’s cognominal pool in the Hospitaller era; and (c) the national Census of 2005, which provides a socio-demographic profile of the local population in the early years of the twenty-first century.

Arnold Cassola, «alcuni toponimi maltesi del ’300 nel Fondo Benedettini di Catania», pp. 167-173

I toponimi maltesi più antichi risalgono al 1363 e si trovano in manoscritti del Fondo Benedettini, presso l’Archivio di Stato di Catania. Sono quelli riportati nel volume con numero di corda 159. La Ferlita (1935-36), Luttrell (1982) e Wettinger (2000) ne hanno ampiamente discusso. In questo saggio si prendono in esame le varianti diverse di alcuni di questi toponomi (es. Bayadat, Biranis, Rahalkybet e Rachalkbiex, Guedmihyra) come appaiono in testi redatti in epoche ed in lingue diverse (latino, siciliano, italiano) per cercare di far risaltare qualche elemento in più in modo che possa dare un contributo ad una più precisa localizzazione di tali toponimi.

The oldest maltese toponyms date back to 1363 and are contained in the Fondo Benedettini manuscripts (nr. 159), to be found at the Archivio di Stato, in Catania. La Ferlita (1935-36), Luttrell (1982) and Wettinger (2000) have devoted ample studies to them. In this article a number of variants of these toponyms (e.g. Bayadat, Biranis, Rahalkybet e Rachalkbiex, Guedmihyra) which appear in texts written in different periods and in different languages (Latin, Sicilian, Italian) are examined with the aim of highlighting some additional elements that might contribute further to a more precise localisation of these toponyms.

Alessandro De Angelis, «La transcritturazione del romanzo in caratteri greci», pp. 175-199

Nel meridione italiano, in un arco cronologico che va grosso modo dalla fine del Duecento al pieno Cinquecento, sono documentati testi romanzi in caratteri greci. Se diversi studiosi hanno evidenziato come questi testi, svincolati dalla pressione grafica esercitata dal latino, siano spesso rivelatori del parlato dell’epoca, altri hanno invece ribadito come certe innovazioni grafiche del sistema di scrittura greca adattato al romanzo siano debitrici delle coeve scriptae romanze in caratteri latini. anche se tale influenza appare in certi casi innegabile, nel presente lavoro si tenta di esaminare come i processi di transcritturazione vadano esaminati prima di tutto nella prospettiva della scrittura ‘primaria’, nel caso specifico, dunque, nella prospettiva della scrittura greca impiegata per il greco bizantino. nel solco di tale linea interpretativa, sembrerebbe possibile indagare alcuni usi grafici che, pur coincidendo con analoghe soluzioni della scripta latina, possono considerarsi indipendenti da questa, come conferma la loro presenza in documenti greci tout court redatti in Italia meridionale in età bizantina e in epoca normanna.

Romance texts written in Greek alphabet are documented in southern Italy from the end of the thirteenth to the sixteenth century. Some scholars have argued that these documents reproduce spoken features, inasmuch as they are free from the pressures of the Latin graphic system. on the contrary, others have shown how graphic innovations in the Greek script adapted to encode Romance varieties depended on the coeval Romance scriptae. although such an influence cannot be denied in some cases, I would argue that some graphic oddities can be explained as innovations that originated in the Byzantine context, that is in the process involving the adjustment of the Classical
Greek script to the necessities of medieval Greek. In such a perspective, it would seem possible to illustrate some Greek graphic creations which, though parallel to the coeval Latin graphic uses attested in Romance documents, are ultimately independent from these latter, as shown by the Greek evidence from southern Italy of the Byzantine and norman age.

Mariella Giuliano, «Il siciliano nei romanzi ‘popolari’ di Luigi Natoli: sondaggi su I Beati Paoli e Coriolano della Floresta», pp. 251-276

Nella panoramica socioletteraria di Primo Novecento la produzione romanzesca di Luigi Natoli rappresenta un caso altamente significativo per analizzare la funzione del dialetto nella narrativa popolare, maturata nell’industria editoriale tra romanzo storico e romanzo d’appendice. Dall’analisi linguistica è emerso che la presenza del siciliano ne I Beati Paoli (1909) e in Coriolano della Floresta (1930) spazia dal fronte lessicale (malo cristiano, scuffari) a quello gergale (allumato, astutare la lanterna). Tale presenza, ampiamente bilanciata dalla componente aulica (fallare, cerulei), non si riduce a macchie di colore locale a fini espressivi, ma risponde all’esigenza socio-comunicativa
di stabilire un contatto diretto col nuovo pubblico borghese o medio-basso. Tra i due poli dell’asse socio-stilistico si inserisce il toscano postmanzoniano (celia, bizza) come elemento di avvicinamento a una lingua narrativa ‘media’ che tardava ad affermarsi. Da tali risultati si profila un’impalcatura espressiva che riproduce la competenza comunicativa di un tipico parlante colto del primo novecento, che usa un italiano letterario su cui si innestano forme della parlata locale, che contribuiscono alla diffusione dei testi.

In the literary landscape of the early twentieth century, Luigi natoli’s novels are a substantial case study to analyze the function of dialect in popular narrative, a variety of narrative that has developed in the editorial market between historical novels and popular serials. a linguistic analysis has shown that Sicilian dialect in I Beati Paoli (1909) and in Coriolano della Floresta (1930) is present both in the lexicon (malo cristiano, scuffari) and the jargon (allumato, astutare la lanterna). It’s presence – well balanced by that of more formal literary language (fallare, cerulei) – does not pertain only to the use of dialect for expressive purposes, but refers also to the socio-communicative need of creating a contact with the new middle and low class audience. In the middle of this socio-stylistic continuum stands the Tuscan variety as used by Manzoni (celia, bizza), exploited as a means to approximate an ‘average’ narrative language that has taken time to develop. What emerges from the results of this analysis is that the expressive structure of natoli’s novels reflects the communicative competence of an educated speaker of the early twentieth century, who uses literary Italian with some elements of the local variety.

Tobias Leuker, «Una redazione sconosciuta delle canzuni di antonio Veneziano: Firenze, BnCF, ms. magl. VII 1379», pp. 101-121

Il saggio presenta il più antico codice datato che raccoglie canzuni di antonio Veneziano, il ms. magl. VII 1379 della Biblioteca nazionale Centrale di Firenze. Il testimone contiene 332 canzuni del poeta monrealese in (almeno) una redazione anteriore a quella canonica, oggetto della recente edizione di Gaetana maria Rinaldi, e gli attribuisce altre sedici ottave. Grazie al manoscritto fiorentino, è possibile ricostruire con quale zelo Veneziano tornasse sui propri versi per perfezionarli. Inoltre, il codice pare offrire una prima versione dell’opera più famosa dell’autore, la Celia.

This study presents the oldest dated collection of poems composed by Antonio Veneziano, ms. magl. VII 1379 of the Biblioteca nazionale Centrale in Florence. It contains 332 canzuni by the Sicilian author in a version (in some cases, even in two versions) preceding the standard one, known to the public thanks to the recent edition by Gaetana Maria Rinaldi, and attributes to him sixteen other poems of the same type. The Florentine manuscript provides insight into how intensely Veneziano revised his poems in order to make them more fluid and impressive. Apart from this, the codex seems to include a first version of the author’s most famous work, the canzoniere entitled Celia.

Marco Maggiore, «Un inedito zodiaco in volgare siciliano: ms. Londra, British Library, Harley 3535», pp. 45-99

Il contributo è dedicato a un inedito testo astrologico in siciliano antico, trasmesso dal ms. Londra, British Library, Harley 3535, un codice miscellaneo che contiene, insieme allo zodiaco siciliano, tre volgarizzamenti di trattati di mascalcia latini. Il testo evidenzia generici rapporti con la tradizione della precettistica medico-astrologica in latino e in volgare, ed è databile su base paleografica non prima degli ultimi decenni del XV secolo. Se ne offre la trascrizione critica corredata di uno studio sulla lingua e di un glossario di oltre 300 entrate.

The essay focuses on an astrological text in old Sicilian, published here for the first time. The text survives in a single manuscript: London, British Library, Harley 3535. The codex is a miscellaneous one, and transmits, along with the zodiacal text, three Sicilian translations of Latin treatises on hippiatry. The text reveals vague connections with the medieval tradition of medical-astrological repertories in Latin and other languages. on the basis of paleographic evidence the text can be dated no earlier than the end of the fifteenth century. a critical transcription of the text is provided, together with a linguistic study and a glossary of approximately 300 entries.

Ferdinando Raffaele, «Scritture esposte in volgare siciliano. II. Le didascalie del San Silvestro papa e storie della sua vita nella chiesa di San Silvestro a Troina», pp. 11-43

Continuando precedenti indagini sulle scritture esposte in volgare siciliano, nel presente articolo si esamina una testimonianza del secolo XVI: le didascalie che corredano le «storiette» laterali di un affresco dedicato a San Silvestro papa, collocato nella chiesa di San Silvestro a Troina. Dopo avere preliminarmente vagliato i contenuti del dipinto, posti in relazione con l’ambiente religioso e socio-culturale nel quale quest’ultimo ha visto la luce, si procede alla rextitutio textus, all’esame linguistico delle scritture – che peraltro presentano una facies siciliana ben conservata – e alla messa a fuoco del loro rapporto con la figurazione del dipinto e con la principale fonte letteraria della
legenda silvestrina, gli Actus Silvestri.

On the basis of previous research into inscriptions in Sicilian vernacular, this article examines a testimony from the sixteenth century: the captions in the Sicilian vernacular which accompany the ‘little tales’ along the margins of a fresco dedicated to the pope, Saint Sylvester, in the church of Saint Sylvester in Troina. after reviewing the content of the painting the article moves on to the restitutio textus and the linguistic analysis of the captions (with well-preserved Sicilian features); it also focuses on the relationship between the written text, the image and the main literary source of Saint Sylvester’s legenda, the Actus Silvestri.

Leonardo M. Savoia e Benedetta Baldi, «armonie vocaliche e metafonia nelle varietà siciliane», pp. 201-237

In questo articolo esaminiamo la distribuzione delle proprietà vocaliche all’interno del dominio prosodico di parola nelle varietà della Sicilia centrale. Tratteremo i seguenti fenomeni: la metafonia e il suo statuto (parzialmente) morfologizzato nei dialetti siciliani; le restrizioni sul grado di apertura e centralizzazione delle vocali nella parola, dove le vocali alte chiuse sono legittimate da -a seguente; la propagazione di /u/ da sinistra a destra su [a] (tonica) seguente nei contesti in cui un’ostruente ricorre in posizione intermedia. L’interazione tra la metafonia e la distribuzione armonica del grado di apertura delle vocali ha indotto alcuni autori a vedere l’armonia come una sorta di metafonia inversa. La nostra conclusione è che l’armonia e la metafonia implicano uno comune sottoinsieme di proprietà di cavità, anche se sulla base di requisiti diversi. Questi fenomeni sono analizzati nei termini di una rielaborazione in chiave minimalista del modello della Fonologia della Reggenza.

In this article we examine the distribution of vocalic properties within the prosodic domain of the word in Central Sicilian dialects. We consider the following phenomena: metaphony and its (partially) morphologized nature in Sicilian varieties; restrictions on the degree of aperture and centralization of vowels in the word string, where the high close vowels are licensed by following -a; left-right propagation of /u/ on following (stressed) [a] in contexts where a velar occurs in the in-between position. The interaction between metaphony and the harmonic distribution of the aperture properties of vowels has led some authors to see this harmony as a sort of reversed metaphony. our conclusion is that harmony and metaphony involve a common subset of cavity properties, even though on the basis of different requirements. These phenomena are analyzed within the framework of a minimalist re-elaboration of the Government Phonology model.

Manuela Soro, «Caratteri acustici di [ɖɖ] < -LL- nel dialetto di Catania», pp. 239-249

Con il presente studio si è cercato di delineare le caratteristiche, articolatorie e acustiche, dell’occlusiva retroflessa esito di -LL- nel dilletto di Catania. L’occlusiva retroflessa è un fono complesso con un alto grado di variabilità articolatoria dipendente dalla modalità di articolazione. L’analisi dei dati comprende i seguenti parametri: analisi spettrografica, analisi delle transizioni formantiche, durata; inoltre si è tenuta in considerazione la posizione del fono rispetto all’accento della parola e il contesto vocalico entro cui si realizza. L’analisi spettrale mostra che al fono retroflesso in esame corrisponde un fono occlusivo retroflesso sonoro, post-alveolare, sempre lungo [ɖɖ]. Il tratto occlusivo è rilevabile dalle caratteristiche spettrografiche e particolarmente dalle fasi di tenuta e di rilascio. Il luogo post-alveolare è confermato dai valori di F2 nella fase di transizione delle vocali adiacenti, corrispondenti a quelli stimati per le consonanti dentali e post-alveolari. La condizione della retroflessione è emersa dal confronto tra l’occlusiva retroflessa [ɖɖ ] e l’alveolare [dd], confermata dalla configurazione del contesto vocalico adiacente alla consonante retroflessa con l’abbassamento delle frequenze di F3 e F4.

The present study attempts a description of the articulatory and acoustic characters of the retroflex stop resulting from -LL- in the dialect of Catania. Retroflex stop is a complex consonant with a considerable articulatory variation, depending on the specific way it is articulated. The analysis of data consists of spectrographic, formant transitions, duration analysis; furthermore the paper considers the position of the consonant with respect to the accent and vowel context in which it appears. The spectral analysis shows that the retroflex stop resulting from -LL- in the dialect of Catania corresponds to a geminate, voiced, post-alveolar retroflex stop [ɖɖ]. The stop feature is noticeable in the spectrographic characters and particularly in steady-state and consonant release. The post-alveolar point of articulation emerges from the values in the vowel context formant transitions (F2), corresponding to those evaluated for dental and post-alveolar consonants. The retroflex state results from the comparison between the retroflex stop [ɖɖ ] and the post-alveolar [dd] as confirmed by the vowel context configuration by lowering vowel frequency of the higher formants (F3 and F4).

Alberto Varvaro, «I miei anni giovanili nel Centro di studi filologici e linguistici siciliani», pp. 5-10

Intervento nella seduta di apertura del Convegno per i sessant’anni del Centro di studi filologici e linguistici siciliani tenutosi a Palermo nel 2011. alberto Varvaro rievoca i primi anni della sua partecipazione al Centro, in cui fu accolto, insieme con Giuseppe Cusimano e Pietro Palumbo, nel 1956, subito dopo l’improvvisa morte del loro maestro ettore Li Gotti. Varvaro cominciò a occuparsi di siciliano solo dopo il 1970, quando Antonino Pagliaro (poi morto nel 1973) gli chiese di collaborare al suo progettato vocabolario etimologico siciliano, che diventerà, quasi mezzo secolo dopo, il VSES; ma, nonostante questo interesse appaia relativamente tardivo, Varvaro è stato testimone attento delle attività, delle direttive culturali e dei problemi del Centro nel corso dei decenni. L’operosità e l’eccellenza che caratterizzano l’istituzione palermitana sembrano il risultato, anche secondo la sua narrazione, non tanto della presenza invadente di prime donne, bensì del lavoro silenzioso e disinteressato di quanti hanno dedicato ad essa gran parte della loro vita di studiosi.

Paper read at the inaugural session of the Conference to celebrate the first sixty years of activity of the Centro di studi filologici e linguistici siciliani, held in Palermo in 2011. alberto Varvaro recalls his early years at the Centro, where, in 1956, he was welcomed as a member along with Giuseppe Cusimano and Pietro Palumbo, soon after the death of their common mentor ettore Li Gotti. Varvaro only began to be interested in Sicilian after 1970 when antonino Pagliaro (who was to die in 1973) asked him to take part in his project for an etymological dictionary of Sicilian, which, nearly fifty years later, would become, the VSES. Despite apparently coming late to Sicilian studies, Varvaro was a careful observer of the activities, cultural interests and problems involving the Centro over the decades. It would appear, also from Varvaro’s account, that the quantity and excellence of the research that characterize the institution in Palermo are the result not so much of the overwhelming presence of a few ‘prima donnas’, but rather of the silent and disinterested work of those who dedicated most of their scholarly lives to the Centro.